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Giappone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STORIA

Le più antiche testimonianze storiche riguardo il Giappone provengono da scarni resoconti cinesi e da due fonti giapponesi, Kojiki (Testimonianza delle cose antiche) e Nihon shoki o Nihongi (Cronache del Giappone), compilati rispettivamente nel 712 e nel 720 d.C. Raccontano eventi accaduti tra il VII secolo a.C. e il VII secolo d.C., e costituiscono le basi della storiografia giapponese, anche se contengono in buona parte narrazioni mitiche. L'origine dell'impero viene fissata nel 660 a.C., anno dell'incoronazione di Jimmu Tenno, discendente di Amaterasu, dea scintoista del Sole.

7.1. I primi insediamenti  La preistoria del Giappone è illustrata dalla cultura neolitica di Jomon, le cui prime tracce risalgono al 5000 a.C., che nel corso del tempo sviluppò un'economia di caccia e di pesca e forse rudimentali tecniche agricole. Tra il III secolo a.C. e il IV secolo d.C. si diffuse la cultura Yayoi che importò in Giappone elementi della civiltà cinese e coreana.

7.2. L'epoca Kofun (300 ca. - 710)  I primi risultati della formazione di un potere statale risalgono al IV secolo d.C., al periodo che prende il nome dal grande Kofun (o tumulo) che segnava le tombe di sovrani e nobili; è un monumento che simboleggia l'unificazione del Giappone sotto la casa imperiale. Secondo le cronache, l'imperatore Jimmu estese i suoi domini su Yamato, una provincia nell'Honshu centrale che diede il proprio nome alla casa imperiale e a tutto l'antico Giappone.

Il sovrano Yamato rafforzò il proprio potere facendo di una forma primitiva di scintoismo la religione di stato e dunque uno strumento politico. I sovrani successivi adottarono modelli culturali e politici di provenienza cinese e, alla metà del VI secolo, favorirono la diffusione del buddhismo, che all'inizio del VII secolo divenne la religione ufficiale del Giappone.

7.3. L'epoca Asuka (593-710)  Nel 593 salì al trono l'imperatrice Suiko, che stabilì la residenza imperiale nella Valle di Asuka, nella provincia di Yamato. Suo nipote, il principe Shotoku, avviò un programma di riforme, e nel 604 redasse la cosiddetta Costituzione dei diciassette articoli, la prima in Giappone, ispirata al modello dell'ordinamento centralizzato cinese.

Alle riforme intraprese da Shotoku diedero seguito il principe Nakano Oe, futuro imperatore Tenji, e Nakatomi Kamatari, fondatore della dinastia Fujiwara, che nel 645 inaugurò le cosiddette "riforme Taika", intese a rafforzare la casa imperiale e a indebolire i gruppi tribali, gli uji.

7.4. L'epoca Nara (710-794)  Nel 710 la capitale fu trasferita da Asuka a Heijo-kyo (l'attuale Nara); durante l'impero di Shomu (715-756) il Giappone conobbe un grande sviluppo culturale. Furono stabiliti importanti contatti con la Cina della dinastia Tang e il Giappone divenne il punto d'arrivo della Via della Seta.

All'epoca Nara risalgono le cronache Kojiki e Nihon shoki, la prima grande silloge poetica Man'yoshu (Antologia di mille foglie) e la diffusione dell'arte buddhista. L'influenza del clero buddhista divenne sempre più insidiosa per la casa imperiale, finché l'imperatore Kammu riuscì ad affrancarsene trasferendo la capitale imperiale prima a Nagaoka-kyo e in seguito a Heian-kyo (la futura Kyoto), destinata a rimanere capitale ufficiale fino al 1868.

7.5. L'epoca Heian (794-1185)  
Durante l'epoca Heian, il Giappone godette di 350 anni di relativa pace e prosperità. Nel corso del IX secolo gli imperatori cominciarono a ritirarsi dal governo attivo, delegandolo ai loro subordinati. Crebbe così il potere dei Fujiwara, la grande famiglia di nobili cortigiani che monopolizzò le cariche amministrative attraverso un'accorta politica matrimoniale. Nell'884 Fujiwara Mototsune divenne il primo reggente ufficiale (kampaku). La personalità più importante di questa famiglia fu Fujiwara Michinaga, che dominò la corte tra il 995 e il 1028.

La dittatura di Michinaga è considerata l'epoca classica della letteratura giapponese: tra i grandi scrittori si ricordano le dame di corte Murasaki Shikibu e Sei Shonagon. Anche il carattere dello stato cambiò sotto il dominio Fujiwara, con l'adozione di una divisione del paese in vaste proprietà ereditarie, concesse ai nobili e ai sacerdoti dei templi buddhisti.

L'egemonia Fujiwara declinò dopo la morte di Michinaga, nel 1028. Nelle province, la classe dei guerrieri aveva formato gruppi di signori e vassalli, i primi samurai, che amministravano e difendevano i latifondi dell'aristocrazia. I capi di questi gruppi erano spesso membri dei clan militari Taira e Minamoto, che nel XII secolo cominciarono a estendere il proprio potere alla stessa corte, dando origine a una lotta interna per il controllo del Giappone.

In seguito a due guerre civili (1156 e 1159-60), i Taira sconfissero i Minamoto e sottrassero il controllo del Giappone ai Fujiwara. Il loro dominio fu però di breve durata; Minamoto Yoritomo, sterminati i Taira, conquistò il potere, mettendo fine all'amministrazione imperiale e inaugurando una dittatura militare che avrebbe retto il Giappone per i successivi sette secoli. La tragica sconfitta dei Taira sarebbe stata immortalata in un'opera epica, Heike monogatari (Racconti del clan Taira) del 1220 circa.

7.6. L'epoca Kamakura (1185-1333)  In epoca Kamakura il centro della nuova amministrazione governativa fu fissato a Kamakura, il quartier generale di Yoritomo, dove fu stabilito il bakufu ("governo della tenda"). Il feudalesimo giapponese cominciò a svilupparsi fino a divenire più forte di quanto fosse mai stata l'amministrazione imperiale: Yoritomo nominò dei conestabili e degli intendenti per amministrare province e latifondi, parallelamente ai governatori ufficiali e ai proprietari. Nel 1192 egli fu nominato Seiitaishogun, o semplicemente shogun, "comandante militare in capo", con il potere di dichiarare guerra ai nemici dell'imperatore. Ma di fronte allo shogun, lo stesso imperatore non aveva alcun potere che non fosse formale.

Nel 1219 gli Hojo acquisirono l'amministrazione militare del Giappone e conservarono il potere per oltre cent'anni. Nelle province i loro emissari si unirono ai signori locali per formare nuovi clan militari, i daimyo, che divennero ben presto la principale minaccia al potere dello shogun. L'incapacità degli Hojo di ricompensare i daimyo per il loro sostegno contro i mongoli, durante gli scontri avvenuti nel 1274 e nel 1281, alimentò lo scontento dei clan militari. L'imperatore Go-Daigo guidò quindi una rivolta contro gli Hojo con l'appoggio dei daimyo, e soprattutto di Ashikaga Takauji, capo del clan Ashikaga. Questa rivolta, nota come "restaurazione Kemmu", provocò nel 1333 la caduta degli Hojo.

7.7. L'epoca Muromachi (1333-1568)  Fra il 1333 e il 1336 Go-Daigo tentò di restaurare l'amministrazione imperiale, ma le sue idee reazionarie provocarono la rivolta di Ashikaga Takauji, che nel 1338 divenne shogun. Il distretto di Muromachi, che divenne la sede dello shogunato Ashikaga, diede nome all'epoca del suo governo, nel corso del quale il Giappone fu lacerato da ricorrenti guerre civili. Quindi, verso la fine dell'epoca, giunsero in Giappone i portoghesi (1543) e il gesuita san Francesco Saverio vi introdusse il cristianesimo (1549). Imponente e importante fu la cultura espressa dall'epoca.

7.8. L'epoca Azuchi-Momoyama (1568-1600)  La riunificazione del Giappone avvenne nel XVI secolo, durante l'epoca Azuchi-Momoyama, un breve periodo di intensi cambiamenti che prese il nome dai magnifici castelli appartenenti a due importanti personaggi del tempo, Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi. Il generale Nobunaga, dopo essere entrato vittorioso a Kyoto nel 1568 cacciò lo shogun della famiglia Ashikaga nel 1573; inoltre fra il 1570 e il 1580 vinse il potere dei monasteri, distruggendo la forza politica del buddhismo. Alla fine del XVI secolo i vassalli iniziarono tuttavia una guerra per la successione al trono, conclusasi nel 1600 con l'affermazione di Tokugawa Ieyasu.

7.9. L'epoca Edo (1600-1868)  
Ieyasu si fece nominare shogun nel 1603 e stabilì la sede del bakufu a Edo (la futura Tokyo), che in breve tempo divenne la più importante città del Giappone. Nel 1615 Ieyasu emanò nuovi codici di diritto per stabilire il cosiddetto sistema bakuhan, in base al quale i feudi (han) con i loro amministratori, nonché l'imperatore e la sua corte, furono posti sotto lo stretto controllo del bakufu. La famiglia Tokugawa e i suoi vassalli possedettero quasi un quarto delle terre dell'intero paese, e il potere dello shogun fu rafforzato dal suo diritto di confermare o togliere il possesso ereditario dei feudi ai daimyo. Una rigida stratificazione sociale prevedeva poi la suddivisione della società in quattro classi principali: i guerrieri, gli agricoltori, gli artigiani e i mercanti. I samurai, a cui furono tolte le terre, vennero confinati in città fortificate, mentre i contadini vennero obbligati a offrire ai signori parte dei loro raccolti. Questa forma di feudalesimo durò fino alla metà del XIX secolo.

Un'altra conseguenza del dominio Tokugawa fu l'isolamento del Giappone, che interruppe i rapporti con il mondo occidentale. Il commercio con la Cina continuò, sebbene soggetto a una stretta regolamentazione. Gli shogun Tokugawa consideravano il cristianesimo potenzialmente sovversivo e, a partire dal 1612, i cristiani furono soggetti alla persecuzione ufficiale.


Il bushido, il codice dei guerrieri feudali, divenne la norma di condotta per i grandi signori e per i samurai. La cultura di Edo, nonostante la chiusura alle influenze esterne, diede importanti frutti, come il teatro kabuki; il governo seguì la dottrina del confucianesimo.

Già nel corso del XVIII secolo, tuttavia, la crisi del sistema feudale fu annunciata da importanti mutamenti nelle condizioni sociali ed economiche del paese: una facoltosa classe mercantile conquistò un immenso potere politico indiretto. Edo, con circa un milione di abitanti, era allora una delle maggiori città del mondo, al centro di una delle economie più avanzate e prospere dell'era preindustriale.

Intenzionati a stipulare un trattato commerciale con il Giappone, nel 1853 gli Stati Uniti inviarono presso l'imperatore giapponese una spedizione navale guidata da Matthew Calbraith Perry, il quale indusse il Giappone a firmare un patto che fissava le relazioni tra i due paesi. Un secondo trattato fu stipulato da Townsend Harris nel 1858, e nel 1860 fu inviata negli Stati Uniti una delegazione di ambasciatori.

7.10. L'epoca Meiji (1868-1912)  
Una breve guerra civile scatenata nel 1867 contro i fautori della modernizzazione ebbe come conseguenza la fine dello shogunato e la cosiddetta Restaurazione Meiji. Il giovane imperatore, Mutsuhito, riconquistò il dominio formale dello stato, designando il suo regno Meiji "governo illuminato").

Il governo Meiji intraprese una politica mirata a trasformare il Giappone in una potenza mondiale, con lo slogan fukoku kyohei ("arricchire il paese, rafforzare l'esercito"), e avviò una rapida industrializzazione. In breve tempo, sia il settore produttivo, e in particolar modo l'agricoltura, sia le istituzioni del paese vennero riformate con una serie di provvedimenti dall'alto.

Una nuova Costituzione, che si ispirava all'Europa e agli Stati Uniti, fu promulgata nel 1889; essa prevedeva una Dieta, composta da una Camera dei pari di 363 membri e da una Camera bassa di 463 membri. I poteri dell'imperatore vennero accuratamente preservati; egli aveva la facoltà di emanare decreti legge e il potere esclusivo di dichiarare la guerra e proclamare la pace. Rispetto al sistema Tokugawa, la Costituzione concedeva una ben maggiore libertà e tutela della proprietà, oltre che una certa possibilità di dissenso politico, ma lasciava incerti i limiti del potere esecutivo. Ordinanze successive concedettero ai militari un grande potere politico.

L'impero intraprese inoltre un'aggressiva politica estera. Nel 1879 il Giappone aveva rilevato le isole Ryukyu, un suo protettorato fin dal 1609, istituendovi la prefettura di Okinawa. Il conflitto con la Cina per il controllo della Corea diede luogo alla guerra cino-giapponese (1894-95), che vide la pesante sconfitta della Cina. In base al trattato di Shimonoseki dell'aprile 1895, la Cina cedette quindi al Giappone Taiwan e le isole Pescadores, e pagò una forte indennità in denaro. L'intervento straniero forzò il Giappone ad accettare un compenso in denaro in cambio della penisola del Liaodong (la Manciuria meridionale).

Nel 1890 il Giappone aveva completamente riformato, secondo il modello occidentale, il codice penale e civile, oltre al suo sistema commerciale.

Gli interessi giapponesi in Corea entrarono in conflitto con quelli della Russia, che si stava espandendo a est attraverso l'Asia nordorientale. Nel 1898 i due paesi firmarono un trattato che garantiva l'indipendenza della Corea. Nel 1900, in seguito alla rivolta dei Boxer in Cina, la Russia occupò la Manciuria e cominciò a penetrare in Corea. Nel 1904 il Giappone interruppe le relazioni diplomatiche con la Russia e attaccò Port Arthur, nella Manciuria meridionale, dando inizio alla guerra russo-giapponese. Il trattato di pace, con la mediazione del presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, venne firmato a Portsmouth il 5 settembre del 1905. Al Giappone fu concessa la penisola del Liaodong, compreso il territorio del Guangdong (Kwangtung), e la parte meridionale dell'isola di Sakhalin, che prese il nome di Karafuto. La Corea fu in breve tempo assoggettata all'egemonia giapponese, fino alla sua annessione formale al Giappone nel 1910.

7.11. L'epoca Taisho (1912-1926) e la prima guerra mondiale  All'imperatore Mutsuhito succedette nel 1912 Taisho, malato di mente. Nell'agosto del 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, il Giappone inviò un ultimatum alla Germania, con cui si richiedeva l'evacuazione del territorio di Jiaozhou (Kiaochow), nella Cina nordorientale. Al rifiuto da parte dei tedeschi, il Giappone entrò in guerra a fianco degli Alleati, occupando le isole tedesche nel Pacifico. Nel 1915 il Giappone presentò alla Cina le "ventuno richieste", in merito alla concessione di privilegi industriali, ferroviari e minerari, che rappresentarono la prima affermazione della politica giapponese di dominio in Cina e in Estremo Oriente. Nel 1916 la Cina cedette al Giappone i diritti commerciali nella Mongolia interna e nella Manciuria meridionale.

Il trattato di pace che concluse la prima guerra mondiale assegnò al Giappone le isole che aveva occupato nel Pacifico, a titolo di mandato della Società delle Nazioni, della quale il paese divenne membro statutario. Il Giappone ottenne anche la concessione di Jiaozhou, che tuttavia dovette restituire alla Cina nel 1922 in base al trattato di Shandong, stipulato durante la conferenza di Washington dello stesso anno.

7.12. La prima epoca Showa (1926-1945) e la seconda guerra mondiale  
Nel 1926 Hirohito, figlio di Taisho, salì al trono imperiale, scegliendo per il suo regno la denominazione Showa ("pace illuminata"); quando Tanaka Giichi divenne primo ministro nel 1927, egli dichiarò tuttavia la ripresa della politica aggressiva verso la Cina. La ragione fondamentale di questo mutamento politico era nella necessità di nuovi mercati, conseguenza dell'aumento della produzione industriale giapponese. L'espansione veniva inoltre giustificata con la necessità di nuovi spazi per la popolazione giapponese, raddoppiata dal 1868 e impoverita dalla crisi del 1929 che aveva portato, fra l'altro, al crollo del mercato della seta.

Nei tardi anni Venti il Giappone finì per dominare l'amministrazione e l'economia della Manciuria, provocando la reazione della Cina. Il 18 settembre 1931, nel Guangdong, l'esercito giapponese, adducendo come pretesto un sabotaggio da parte della Cina alla ferrovia nipponica della Manciuria meridionale, occupò gli arsenali di Shenyang (Mukden), obbligando le truppe cinesi a ritirarsi dalla zona, ed estese il controllo su tutta la Manciuria, dove fu istituito lo stato fantoccio del Manciukuo.

L'episodio diede luogo a un'inchiesta condotta da una commissione della Società delle Nazioni, autorizzata in base al patto Briand-Kellogg. Nel 1933, alla richiesta di cessare le ostilità in Cina, il Giappone rispose annunciando l'abbandono della Società delle Nazioni (1935). Nel nord della Manciuria l'esercito riuscì ad annettere la provincia di Chengde (Jehol) e minacciò di occupare le città di Pechino e Tianjin. Nel maggio del 1933, la Cina fu costretta a riconoscere la conquista giapponese e a firmare una tregua.


L'azione marcatamente autonoma dell'esercito era indicativa del potere politico dei militari. Nel 1936 l'impero sottoscrisse un accordo anticomunista con la Germania, seguito un anno dopo da un patto analogo con l'Italia (Vedi Potenze dell'Asse).

Il 7 luglio del 1937 un incidente militare nei pressi di Pechino portò a una nuova guerra sino-giapponese, mai formalmente dichiarata. Entro la fine del 1937, la marina nipponica pose un blocco lungo quasi tutta la linea costiera cinese. Dopo che per tutto il 1937 e il 1938 l'esercito giapponese era avanzato nella Cina orientale e meridionale, alla fine del 1938 la guerra raggiunse una fase di stallo.

L'inizio della seconda guerra mondiale in Europa, nel settembre del 1939, offrì al Giappone nuove opportunità di espansione nel Sud-Est asiatico. L'invasione dell'Indocina francese suscitò l'ostilità degli Stati Uniti, che posero l'embargo sul Giappone. Nel settembre del 1940 l'impero stipulò un'alleanza tripartita con la Germania e l'Italia (l'asse Roma-Berlino). Esattamente un anno dopo firmò un patto di neutralità con l'URSS, proteggendo in tal modo il confine settentrionale della Manciuria.


Il 7 dicembre del 1941, mentre erano ancora in corso negoziati diplomatici tra Stati Uniti e Giappone, quest'ultimo sferrò senza preavviso un attacco aereo contro Pearl Harbor, Hawaii, la principale base navale americana nel Pacifico. Gli Stati Uniti, insieme alle altre potenze alleate eccetto l'Unione Sovietica, dichiararono allora guerra al Giappone.

Mentre l'esercito nipponico sferrava attacchi e occupava un numero sempre maggiore di territori nel Sud-Est asiatico, il conflitto fra statunitensi e giapponesi diventò una guerra navale per il controllo del Pacifico. Nel 1942 la flotta giapponese subì due sconfitte da parte degli Alleati nella battaglia del mar dei Coralli e nella battaglia delle Midway. I territori conquistati dal Giappone furono ripresi uno a uno dagli statunitensi, che nel 1944 diedero inizio a una serie di bombardamenti sul territorio nipponico, conquistando all'inizio del 1945 la base aerea di Iwo Jima. Gli attacchi aerei culminarono, il 6 agosto del 1945, nel lancio della prima bomba atomica sulla città di Hiroshima. Due giorni dopo, anche l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone, e il 9 agosto una seconda bomba atomica venne lanciata su Nagasaki. Alla conferenza di Potsdam le potenze alleate avevano convenuto di accettare dal governo giapponese unicamente una resa incondizionata. Il 14 agosto il Giappone accettò le condizioni degli Alleati e il 2 settembre firmò la resa formale.

La Mongolia interna, la Manciuria, Taiwan e Hainan furono restituite alla Cina. L'Unione Sovietica, a titolo di occupazione, mantenne le isole Curili e Karafuto (che tornò a chiamarsi Sakhalin), oltre ad alcuni territori della Mongolia. Port Arthur e la ferrovia della Manciuria Meridionale furono posti sotto il controllo congiunto dell'URSS e della Cina. Tutte le isole che il Giappone deteneva a titolo di mandati nel Pacifico meridionale vennero occupate dagli Stati Uniti in amministrazione fiduciaria per conto dell'ONU.

Alcuni comandanti giapponesi vennero processati per crimini di guerra da un tribunale di undici nazioni, che si riunì a Tokyo fra il 3 maggio 1946 e il 12 novembre 1948.

7.13. La tarda epoca Showa (1945-1989)  Gli obiettivi dichiarati dell'occupazione statunitense del Giappone erano la democratizzazione dell'ordinamento dello stato giapponese e il ristabilimento di un'economia industriale di pace. Un programma di riforma agraria, inteso a promuovere la proprietà contadina della terra, fu avviato nel 1947. Alle donne fu concesso il diritto di voto nelle prime elezioni generali del dopoguerra, nell'aprile 1946, che portarono 38 donne alla Dieta giapponese. Una nuova Costituzione, voluta dagli Stati Uniti, entrò in vigore nel maggio del 1947.

Durante il 1950, i negoziati concernenti il trattato di pace giapponese furono segnati da importanti divergenze tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. In maggio a John Foster Dulles, consigliere del segretario di stato statunitense, venne conferito l'incarico di redarre il trattato, che fu pronto il 12 luglio del 1951. Ai primi di settembre si aprì a San Francisco la conferenza di pace, a cui gli Stati Uniti invitarono 55 paesi, escluse la Cina nazionalista (Taiwan) e la Repubblica popolare cinese. Il trattato fu sottoscritto da 49 paesi, tra cui il Giappone, mentre non venne approvato dall'URSS, dalla Cecoslovacchia e dalla Polonia. In base al trattato di pace, il Giappone rinunciava a ogni pretesa sulla Corea, Taiwan, le isole Curili, Sakhalin e le isole in amministrazione mandataria. Nel contempo, Stati Uniti e Giappone firmarono un accordo bilaterale, in base al quale gli Stati Uniti mantenevano basi militari e forze armate in Giappone e nei territori circostanti a titolo di difesa del paese.

Il 28 aprile 1952 il trattato di pace entrò in vigore e il Giappone riacquistò piena sovranità. Nel corso dell'anno il governo giapponese concluse trattati di pace o riaprì le relazioni diplomatiche con Taiwan, la Birmania, l'India e la Yugoslavia. Nel corso del 1953 gli Stati Uniti spinsero quindi attivamente il Giappone al riarmo, come misura di tutela contro un eventuale attacco comunista. In agosto i due paesi firmarono un trattato di aiuto inerente alla produzione giapponese di armamenti e nel marzo del 1954 fu sottoscritto un patto di reciproca difesa. La risoluzione delle controversie internazionali fu definita nel 1956 con l'ingresso del Giappone nell'ONU.

Gli anni Sessanta, che furono suggellati da due manifestazioni di grande richiamo internazionale (Olimpiadi di Tokyo, 1960, ed Esposizione universale di Osaka, 1970), videro il Giappone salire ai vertici della produzione mondiale. Sul piano politico fu cruciale la riapertura di relazioni diplomatiche con la Cina (1972). In politica interna, in seguito a un grave scandalo (in cui sembra fossero coinvolti diversi uomini politici e industriali e una società aerospaziale statunitense, la Lockheed), per la prima volta il Partito liberal-democratico (Jiyu Minshu-to o Jiminto) perse, in occasione delle elezioni del dicembre 1976, la maggioranza alla Camera bassa: da allora vari rappresentanti del partito si avvicendarono alla carica di primo ministro fino al novembre del 1982, quando venne nominato Nakasone Yasuhiro. Dopo un calo di consensi nel 1983, i liberaldemocratici riportarono una schiacciante vittoria elettorale nel 1986, e Noboru Takeshita sostituì Nakasone nel novembre del 1987. Intorno alla metà degli anni Ottanta la crescita dell'economia giapponese cominciò a rallentare, anche a causa della debolezza del dollaro rispetto allo yen, che provocò un calo delle esportazioni.

7.14. L'era Heisei  Alla morte dell'imperatore Hirohito, nel gennaio del 1989, il figlio Akihito inaugurò il regno "Heisei" ("ritorno della pace"). In seguito all'emergere di una serie di scandali, al primo ministro Takeshita e al suo successore Uno Sosuke succedette alla guida del governo Kaifu Toshiki. Nelle elezioni del 1990, nonostante gli scandali e la crisi finanziaria che affliggeva il paese, i liberaldemocratici ottennero una decisiva affermazione. Incapace di far fronte alla critica situazione economica, Kaifu venne sostituito alla fine del 1991 da Miyazawa Kiichi; il Partito socialista assunse il nome di Partito socialdemocratico (Shakai Minshuto).

7.15. L’inizio della crisi  Il rallentamento dello sviluppo economico, i problemi finanziari e gli echi degli scandali politici comportarono la rottura degli equilibri di governo e l'uscita dal Jiminto di un gruppo guidato da Ozawa Ichiro. Nelle elezioni anticipate del 1993, dopo 38 anni di ininterrotto potere, i liberaldemocratici persero la maggioranza e l'anno seguente costituirono un governo di coalizione guidato dal leader del Partito socialdemocratico Murayama Tomiichi. I liberaldemocratici secessionisti guidati da Ozawa Ichiro, insieme con altri partiti di opposizione, costituirono il Partito della nuova frontiera (Shinshinto).

Nel 1995 il Giappone venne sconvolto dal terremoto avvenuto a Kobe in gennaio e dall'attacco terroristico di marzo alla metropolitana di Tokyo condotto con il rilascio di sostanze tossiche, fra cui il letale gas nervino, che provocò dodici morti e l'intossicazione di un migliaio di persone (i responsabili furono in seguito individuati in membri della setta religiosa Aum Shinri Kyo). Verso la fine dell’anno uno scandalo finanziario di vaste proporzioni coinvolse una delle maggiori banche giapponesi, la Daiwa, che per undici anni aveva condotto operazioni finanziarie in perdita favorendo gruppi politici e ambienti legati alla yakuza, la potente mafia giapponese.

Nel gennaio del 1996 il liberaldemocratico Ryutaro Hashimoto sostituì Murayama alla guida della coalizione di centrosinistra. Nelle elezioni dell'ottobre dello stesso anno, il Jiminto ottenne la maggioranza relativa dei seggi (239), riuscendo a vincere sul Shinshinto (156 seggi) di Ozawa, sul nuovo Partito democratico di tendenza conservatrice Minshuto (52 seggi) e sul Partito socialdemocratico (15 seggi).

7.16. Sviluppi recenti  Negli ultimi tre anni la crisi del Giappone è continuata a colpi di scandali che hanno colpito il mondo politico e finanziario e fallimenti di banche e imprese (con corollario di dimissioni e suicidi). Nel 1997, il Partito della nuova frontiera, costituitosi solo pochi anni prima, si è dissolto, dividendosi in otto partiti diversi. Nel 1998 il premier Hashimoto, per ovviare ai gravi problemi economici del paese, ha deciso una massiccia deregulation del sistema finanziario, ma si è dimesso dopo la sconfitta del suo partito alle elezioni per il Senato, lasciando la guida del governo a Obuchi Keizo. Agli inizi del 1999 il Giappone è entrato in un fase recessiva; il governo ha approvato un finanziamento per salvare 15 banche a rischio di fallimento e un piano per rilanciare consumi e opere pubbliche.


Rieletto alla guida del Partito liberaldemocratico, Obuchi Keizo ha formato nell’ottobre 1999 un nuovo governo di coalizione. Agli inizi del 2000, la vita politica giapponese è tuttavia ripiombata nell’instabilità, prima per il manifestarsi di acute divisioni all’interno della maggioranza e poi per le polemiche seguite alla successione alla guida del governo di Yoshiro Mori, presidente del Partito liberaldemocratico, a Obuchi, colpito da un ictus ad aprile.


Nelle elezioni legislative di giugno, il Partito liberaldemocratico ha conservato insieme con gli altri due partiti della coalizione di governo (il Partito conservatore e quello buddhista della Soka Gakkai) la maggioranza dei seggi della Camera bassa (271 su 480), perdendone tuttavia 38 (24 ne hanno persi invece complessivamente gli altri due partiti della coalizione). Il vincitore delle elezioni è stato il Partito democratico, passato da 95 a 127 seggi e diventato il primo partito in quasi tutte le grandi città giapponesi.